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Superare il lock-in tecnologico nelle architetture IT

26/02/2026
Superare il lock-in tecnologico nelle architetture IT
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Il lock-in tecnologico è una condizione di dipendenza a causa della quale un’organizzazione rimane vincolata a una scelta tecnologica o a un fornitore specifico, a causa di ostacoli in uscita tecnici, economici e contrattuali o legati al tempo necessario per attuare un cambio tecnologico. In pratica, diventa difficile “sganciarsi” da una piattaforma o da un servizio perché migrare verso un’alternativa comporta costi elevati, complessità tecniche e possibili vincoli contrattuali.

Dal punto di vista tecnico, il lock-in può derivare tra le altre cose da: utilizzo di tecnologie proprietarie, formati di dati non standard, architetture fortemente integrate con servizi specifici e dipendenze operative. Sul piano economico pesano i costi di transizione: ad esempio spese di migrazione dei dati, formazione del personale su nuove tecnologie e possibili penali o costi di uscita imposti dal fornitore.

Infine vi sono aspetti contrattuali: contratti di lungo periodo o clausole restrittive (come penali per la rescissione anticipata, costi di egress dei dati dal cloud) che scoraggiano il cambiamento di provider. Il risultato è una perdita di autonomia: le organizzazioni dipendono dalle scelte tecnologiche e dalle condizioni imposte da un unico vendor, rischiando di subire aumenti di prezzo o rallentamenti nell’innovazione senza poter facilmente reagire.

Cloud repatriation: motivazioni e tendenze

Negli ultimi anni molte aziende hanno preso in considerazione strategie di Cloud Repatriation - di cui abbiamo parlato anche in quest'articolo - ossia il ritorno di alcuni workload dal cloud pubblico a infrastrutture private o on-premises. Come abbiamo spiegato, questo fenomeno non significa “abbandonare il cloud”, ma riequilibrare la strategia allocando i carichi di lavoro nell’ambiente più adatto. 

Le motivazioni principali sono integrazione, controllo, compliance, prevedibilità dei costi e rafforzamento della governance sull'infrastruttura diventata via via più complessa. 

La necessità di maggiore controllo spinge altre organizzazioni a riconsiderare il cloud pubblico per workload sensibili. Mantenendo tali carichi su cloud privati o infrastrutture dedicate, le aziende possono garantire configurazioni personalizzate, ottimizzare le prestazioni e avere piena visibilità su dati e infrastruttura. Anche la compliance normativa e la sicurezza influenzano queste scelte: molti settori altamente regolamentati (finanza, sanità, PA) preferiscono mantenere dati critici in ambienti sotto diretto controllo per aderire a normative sulla residenza dei dati e proteggersi da giurisdizioni estere.

Infine, un forte incentivo al cambio di strategia è la prevedibilità dei costi: i servizi cloud pubblici, pur flessibili, presentano costi variabili e spesso difficili da stimare a lungo termine, con possibili sforamenti di budget. Con la repatriation si punta invece ad un'infrastruttura che si adatta ai requisiti più complessi e permette di evitare sprechi, grazie a modelli di pricing chiari e prevedibili. Si delinea così un approccio ibrido, dove cloud pubblico e infrastrutture private coesistono secondo logiche di costo, prestazioni e compliance.

Strategie multi-cloud e cloud ibrido per evitare il lock-in

Una risposta strategica alla perdita di portabilità e al rischio di lock-in è l’adozione di architetture multi-cloud e ibride. Invece di dipendere da un singolo provider, le aziende distribuiscono i propri workload su più cloud pubblici e/o combinano cloud pubblici con cloud privati e risorse on-premises. Questo approccio aumenta la flessibilità: i carichi di lavoro possono essere allocati nell’ambiente più efficiente o conveniente, evitando dipendenze uniche.

Secondo il Flexera 2024 State of the Cloud Report, l'89% delle imprese ha già adottato strategie multi-cloud per garantire flessibilità e controllo, e più precisamente il 73% delle organizzazioni adotta un approccio ibrido. L’obiettivo è chiaro: portabilità e ottimizzazione. In un modello multi-cloud, un’applicazione può essere spostata o ridistribuita su un’altra piattaforma in caso di necessità (per esempio per aggirare un downtime regionale di un provider). Allo stesso modo, un’architettura ibrida consente di mantenere on-premises i sistemi che richiedono bassa latenza, controllo totale o aderenza a normative, sfruttando al contempo il cloud pubblico per servizi scalabili o di punta. Questa allocazione flessibile dei workload riduce il rischio di lock-in perché nessun componente critico resta intrappolato in un ambiente unico e immodificabile. 

Naturalmente gestire più ambienti ha delle ricadute sugli aspetti operativi: occorrono piattaforme di orchestrazione unificate, competenze diversificate e particolare attenzione all’integrazione tra servizi differenti. Non sorprende che proprio le problematiche di integrazione siano citate spesso come sfida principale nel multi-cloud e driver di alcune repatriation (ricordiamo il 48% dei decision maker IT che vede l’integrazione tra ambienti come motivazione per riportare in casa workload). Per questo motivo molte imprese investono in layer di integrazione ibrida e in pratiche DevOps multi-piattaforma, adottando strumenti che funzionano indifferentemente su vari cloud. Tecnologie come i Kubernetes, ad esempio, hanno proliferato perché forniscono un livello di astrazione portabile: un’app containerizzata può girare su qualunque cloud con un runtime compatibile, facilitando lo spostamento tra provider. In sostanza, l’approccio multi-cloud/ibrido, se ben governato, permette di sfruttare i vantaggi dei diversi modelli di cloud (scalabilità, controllo, performance) senza restare prigionieri di uno solo.

Open source e standard aperti come antidoto al lock-in

Un altro pilastro per minimizzare i rischi di lock-in è puntare su tecnologie open source e standard aperti. Laddove possibile, scegliere soluzioni aperte garantisce maggiore interoperabilità e facilità di migrazione in futuro. Ad esempio, adottare database open source, piattaforme container standard (come Docker/Kubernetes) o sistemi di virtualizzazione aperti significa poter replicare l’ambiente su infrastrutture diverse, evitando di incatenarsi a funzionalità proprietarie di un singolo vendor.

Gli standard aperti sono ugualmente cruciali: interfacce e formati definiti da comunità o consorzi indipendenti, anziché da un solo attore, permettono ai sistemi di dialogare senza traduzioni complesse. Un caso concreto in ambito cloud è la nascita di SECA (Sovereign European Cloud API), un nuovo standard API aperto promosso da un consorzio di provider europei. SECA fornisce un set di interfacce unificate per la gestione di infrastrutture cloud, con l’obiettivo di migliorare l’interoperabilità tra piattaforme diverse, ridurre il lock-in da fornitore e favorire la sovranità digitale europea. In pratica, grazie a standard come SECA, un’azienda potrebbe orchestrare e controllare risorse su cloud differenti tramite un unico insieme di API coerenti, anziché dover riscrivere integrazioni per ciascun provider. Ciò aumenta la portabilità dei workload e indebolisce la “presa” di un singolo vendor. Analogamente, l’adesione a formati aperti (es. Open Virtualization Format per le macchine virtuali, o standard di dati come SQL e CSV invece di formati proprietari) facilita l’esportazione di dati e applicazioni senza conversioni costose.

L’open source svolge anche un ruolo chiave nell'evitare dipendenze tecnologiche: se l’infrastruttura software (sistemi operativi, middleware, piattaforme cloud) è basata su progetti aperti, l’organizzazione ha la libertà di eseguire quelle stesse tecnologie su diversi ambienti, on-prem o sul cloud di altri fornitori. Inoltre, la comunità open source garantisce trasparenza sul codice e sulle funzionalità, riducendo i rischi di vendor lock-in nascosti (come funzionalità che impediscono l’export dei dati). Non sorprende che persino le istituzioni spingano in questa direzione: la Commissione Europea, nel definire i requisiti per un “cloud sovrano”, ha indicato l’uso di soluzioni open source come elemento chiave per l’indipendenza tecnologica. In sostanza, investire su stack aperti (dall’infrastruttura con OpenStack, all’application layer con software open source) e aderire a standard condivisi rappresenta una sorta di polizza assicurativa contro il lock-in: se un domani si rendesse necessario migrare o affiancare un nuovo provider, gli ostacoli tecnici e legali sarebbero drasticamente minori.

Verso il cloud sovrano: l’autonomia digitale europea

In conclusione, la gestione del lock-in è un elemento centrale per garantire l'agilità e la continuità operativa del business. I clienti necessitano di infrastrutture che non pongano vincoli tecnici o barriere all'uscita, permettendo una gestione dinamica dei carichi di lavoro. Questo approccio alla sovranità digitale si traduce nell'offerta di soluzioni che mettono al centro l'indipendenza tecnologica e la trasparenza dei costi, abilitando un ecosistema cloud dove il cliente resta l'unico proprietario delle proprie scelte e dei propri dati.

Per andare in questa direzione l’UE sta promuovendo iniziative volte a rafforzare un ecosistema cloud sovrano. Ciò include investimenti in un’infrastruttura cloud paneuropea sicura e interoperabile e la definizione di criteri di sovranità digitale per i servizi cloud. La Commissione ha persino sviluppato un quadro di valutazione (“Cloud sovereignty framework”) con otto obiettivi di sovranità e vari livelli di garanzia, per misurare quanto un servizio cloud preservi il controllo europeo. Tra i requisiti figurano la residenza dei dati nell’UE e la sottomissione piena alle leggi europee (senza esposizione a leggi estere). Viene inoltre ribadita la preferenza per tecnologie open source, proprio allo scopo di evitare chiusure proprietarie e garantire indipendenza tecnologica.

Questa spinta verso un cloud più autonomo e “Made in Europe” culmina in progetti come la già citata iniziativa SECA, che mirano a costruire un ambiente cloud federato tra fornitori europei con standard comuni di portabilità e sicurezza. Per i decision maker IT (CIO, CTO, Cloud Architect), lo scenario attuale si traduce in una nuova libertà di scelta: l’accesso a un ecosistema cloud più diversificato e conforme agli standard europei permette di costruire infrastrutture agili e indipendenti. Puntare su architetture aperte e strategie multi-cloud significa oggi progettare sistemi 'future-ready', capaci di evolvere insieme al business. È un’opportunità per rafforzare l’autonomia digitale dell’azienda, garantendo che il controllo dei dati e l’innovazione restino sempre saldamente nelle mani di chi guida la strategia, a vantaggio della competitività a lungo termine.


 
 
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